mercoledì 29 ottobre 2008

confidential.1

è necessario che io provi sempre e comunque un grande affetto
una contentezza immensa
o un'ondosa tristezza
che con fisicità mi dia strattoni e mi ribalti
che mi tocchi e mi ammali
e che sappia lasciar lo spazio per inventare e porsi dubbi
in modo che io debba fare attenzione, che debba guadagnare.

martedì 28 ottobre 2008

sogno n.4

Un sogno di corsa, di quelli con il nodo alla gola e un crescendo affannoso, ricordo che tutto esplode e forse è la guerra, l'incubo si conclude con un'immagine fascinosa: trovo precario riparo sotto la tenda di un fruttivendolo, da sopra la testa grosse angurie cadono e rotolano e si spaccano sulla strada.
Me ne colpisce perlopiù il suono e il colore, e la strada è piena di cocomeri che assomigliano ad alieni cadaveri dal profumato sangue rosa.

sogno n.3

Venezia. Una numerosa mole di uomini e donne in fila ordinata, immobili lungo una calle, io sono tra loro.
L'acqua dai canali sale lenta e riempie la strada, il clima è agoniante e triste e umido come lo è Venezia. Si respira una silenziosissima desolazione.
"Moriremo tutti", pensiamo, alcuni lo mormorano sottovoce e soprattutto le donne più anziane, gli uomini perlopiù stanno a tacere, io ho molta paura ma aspetto come se dovesse d'un tratto compiersi un qualche miracolo.
L'acqua prosegue salendo, allora monto in groppa a quello che nella fila mi sta davanti, e la visuale si sposta più alta.
Li vedo tutti uomini e donne e paiono un lungo verme di stracci.
D'un tratto di fianco compare Carmelo. Mesmerico mesce povertà e sacralità. Improbabilmente me ne innamoro, lui mi osserva fascinante.
Estrae dal taschino una lettera e me la porge, mi dice: "E' per te".
Prima di leggerla lo guardo e gli chiedo:

"Come sapevi che mi avresti trovata?"

Lui non risponde, allora apro la lettera e leggo:

"Sapevo che saresti arrivata
sapevo che l'acqua ti avrebbe portata"

sogno n.2

Entro a casa, il soggiorno è tale e quale al consueto, nessuna distorsione dello spazio o dell'arredamento se non che i muri sono completamente ricoperti di una bianca materia vischiosa che assomiglia al cotone.
Questa massa filamentosa ha del terribile e del magnifico; certo non me l'aspettavo aprendo il portoncino, ma essa è stesa con una grazia tale da apparire un manto elegante e prezioso.
Realizzo che si tratta di un'infinita ragnatela.
Appesi al soffitto, due grossi ragni femmina neri di almeno venti centimetri di diametro tessono la trama. Nonostante la sorpresa, mi sento parecchio tranquilla.
Riesco a comunicare con le bestie a parole pensate, loro mi ascoltano, comprendono e rispondono.
Gentilmente approcciando mi rivolgo loro, dicendo che trovo la presenza non poi così fastidiosa, piuttosto però scomoda ed insolita.
Mi offro dunque di costruire una struttura esterna alla casa, una costruzione che possa accogliere confortevolmente le bestie almeno quanto il mio salotto.
Alché una di esse dall'alto mi chiede se forse è perché ho disgusto o paura di loro.
Io rispondo che no, non è per via di disgusto o paura, confesso però un mio senso di terrore all'idea di venire accidentalmente in contatto con quelle ispide zampe nere, come se avessi potuto rabbrividire nel ritrovarmele per caso sulla pelle.
Allora una scende, verticale perfetta lungo il suo cordoncino prezioso, e mi prega di avvicinarmi.

"Vieni qui, senti:
è come una mano"

Io tendo il palmo e la bestia si adagia su esso, combacia perfettamente e io stringo le dita, mi sembra un gesto così pieno d'amore che mi sveglio commossa e penso di aver stretto fialmente un patto con il mondo dei ragni.

sogno n. 1

Abito come nella consuetudine in una modesta campagna appena fuori paese.
Qui, si annusano soprattutto i verginissimi odori del fieno e delle vacche, e il sole innalza lo sterco nell'ode sacra che le straducole cantano per mano coi contadini.
Cammino serena ma stanca, ho probabilmente bisogno di lavorare e busso alla porta di un decrepito casolare, dove lungo il cortile con vivace coerenza scorazzano polli e felini.
L'uomo con cui interloquisco assomiglia al mio padrone di casa, un uomo che ha di poco superato i quaranta ma che li porta a fatica, e come lui ha lineamenti tozzi e abbozzati.
Mio malgrado il signore ha per me un lavoro soltanto, ed è un lavoro rude e violento.
La mansione consiste nello sgozzare un numero indefinito di bestie, adoperando un lungo filo di ferro che sta appeso alle pareti e pende da una parte all'altra della stalla.
Sono vacche pavide e vive, e fanno quel chiasso che già ho conosciuto, uno stridente grido di pietà e di paura.
Per ragioni che ora non so, ma che erano plausibili e ferree nel sonno, non posso rinunciare al lavoro.
Eccomi seduta sopra il sellino, tengo con forza la testa dell'animale e l'avvicino tremando all'arma sottile, l'occhio vaccino è immobile rotondo, e implora allucinato.
Io stringo i denti e scoppio in un pianto, 'non ho la forza' penso tra me, e mi sveglio con un rarissimo grugno terrificato.

giovedì 14 agosto 2008

bici! run run

ebbene fatica non è vivere o morire
gli sforzi dichiarati dai passanti, dalle giovani donne
dagli uomini sottili dalle facce bianche
fatica non è l'aggressione vorace che senza pazienza divora
non impeto rabbioso
verso l'innocua animuccia
bensì
fatica ve lo dico io, è pedalare con la bici d'inverno!
lungo le righe di campi affogati di pioggia e vermacci
prima di toccare l'asfalto e via Cucca
quando le ruote si impiastricciano e il vento fa piangere un poco
questa è la grande fatica che io conosco

eppure quanto è bello ad un certo punto alzar la testa
dopo il broncio e la smorfia al mio fango
e scorgere immenso questo cielo rosato di campagna che mi sorprende
saturo e maturo dopo la pioggia
dove la luce è immacolata
sdraiata sui sette cipressi

tempo fa

apro la porta per salire le scale, di sopra ascoltano un jazz veloce e sottile, che sa di francia di periferia
di fanali sonnambuli e grossi vasi colmi di serpi, poi taxi de nuit e rose sulla bocca
ed io aprendo la porta
ho scambiato ancora una volta un vagito di sax
per l'urlo costante e scostante del mio gatto affamato
ché queste sono le imposizioni sonore della mia casa

gatto e jazz

il primo è morboso, ossessivo, accusante
dal ventre risale acutissimo e perlopiù suona di denti, ha il tono del ghigno
il secondo è sempre lontano perché arriva dall'altra stanza
attenuato e sensuale come se qualcuno si amasse
e mi capita di pensare al giorno in cui me ne andrò da qui, che spazi saranno, che aria sarà,
senza più il jazz,
senza più il gatto





(ora i coinquilini sono spariti e così anche il jazz, e il povero gatto mi abbandonò un giorno di qualche mese fa. che muri sono chi ancora lo sa.)