sabato 2 giugno 2018

Prego, puoi ricominciare a scrivere osservando per esempio le tue dita. Più probabilmente capiterà che non rimarrai con lo sguardo fisso sulle unghie, ma sposterai l’attenzione su blocchi più evidenti di colore esattamente alla stessa maniera di quando fosti un animale.
E’ già capitato che non considerassi il fatto che veicolare un tratto (che si trattasse di immagine o parola) con quella superficialità protetta che vieta l’ingresso al senso comune, o alle possibili comuni sensazioni degli umani, potesse ad un certo punto esaurirsi in un’astensione completa della pratica. Quando disegni funziona così: in primo luogo ti riavvicini a qualcosa che conosci, poi elimini la tua e tutte le altre persone dagli spalti, lasci volentieri il palco vuoto e ciò che arriva dopo si rivela essere autosufficiente. Ma non è allo stesso modo che funzionò con le parole, perché in un qualche momento accadde un fatto: quando ti accorgesti che il puma arlecchino che passò la vita dentro l’adorabile pallina di gomma sul tavolo disordinato della tua allungata adolescenza era morto, gli facesti il funerale. E da quel momento non c’è più stato il puma, scomparì la stanza, e anche le tue unghie si dissolsero lasciando spazio ad altre cose, e non a caso, ad altre case.

lunedì 24 dicembre 2012

ma sì piovi, sali dal giarìn, alza i pavimenti, entra
vieniti a prendere il caffè
fai saltare la corrente falla ballare
sciogli i tappeti e fai di questo letto un bel barcone
mi sorprendi così, autunno
in canottiera, a me
che non ho ancora visto il mare
leggetemi, guardatemi
sono una ricetta
sporcatevi le dita dentro uno spolverio simpatico
fatto di farina
che nel cuore ha un cucchiaio d'uovo
massaggiate questa ciccia
pensando ai vostri uomini
massaie d'oro del sabato sera
il tegame si è unto di olive per il galà
e che scivoli dunque il ballo
delle mani di voi concentrate
e belle anche sotto le occhiaie
Ho due gatti che si odiano sotto il letto, un piumino che sfugge i piedi, un sonno tardivo che non torna a casa e una vecchia zanzara in pelliccia che bbzzza sulla mia faccia per chissà quale missione. Sento che nello stesso momento il gatto grosso ficcherà gli artigli nel muso dell'altro, l'altro griderà, la zanzara prenderà una titubata mira e mi pungerà, i piedi saranno sicuramente fuoripiumino, la sveglia suonerà e saranno le otto

domenica 14 febbraio 2010

cristallo

quanto adoro l'improvviso
lo stucco, il momento e la bocca che si spalanca
adoro la brutta figura, la reazione a diamante
la faccia stordita dal flash notturno
e a volte una smorfia se c'è qualcosa di storto
qualcosa di troppo, qualcosa di meno, la difesa del gatto
esci da dietro il mantello, si spacca un piatto
si rizza la coda i capelli si tende il sorriso
e poi perlopiù va a finire a ridere, a volte a gridare
ad ogni modo ci si vuol bene, qualcosa è stato condiviso
qualcosa che necessariamente usciva dal tempo
troppo di fronte al muro degli occhi
mostro monocolo contro cavallo bianco, sopra la scrivania
l'immobilità degli oggetti conserva una vuota prepotenza
fermo il ghigno, la ripresa, lo scatto del muscolo plastico
personaggi congelati
e io a immaginare l'effetto del disgelo
la temperatura dell'ambiente che ad un tratto incombe
il mostro che soffre e l'armatura che scricchiola
il suo occhio enorme che s'arrossisce
un colpo di tosse
e il tendine alzato del pugno in agguato si crepa
il sangue si scalda e sotto quella ferraglia un formicolio
mentre il cavallo bianco sgranchische la lingua
rabbrividisce dal fondo della coda, respira ossigeno e cade
anche quel pugno del saldo monoculo viene meno
eppure parrebbero ancora immobili, non è vero?

domenica 18 gennaio 2009

oggi un sidro malinconico svegliandomi
ma sempre coccolato dalla mia costante contentezza.
quando mescolo insieme il mio matto amor per le cose e la nostalgia di nulla, ne esce uno stato sordissimo, e momenti come questo mi vien da dire che si trattino di pace.
eppure, nonostante la quiete, non mi suggerisco abbandono e sonno.
è come se ora d'un tratto avessi una responsabile retìna per le mani e con grinta attenta volessi andare a caccia, afferrare, impadronirmi, archiviare.
ho un'ossessione per l'archiviazione di quelle forme che hanno un certo potere.
ce ne sono molte e soprattutto molte fioriscono da questa cosiddetta pace.
ma archiviare è una comodità
permetto così alla bocca così di mangiare, agli occhi di restare aperti.

oggi ho ricevuto, in sequenza: un sogno bianco, un risveglio rosso, un pomeriggio grigio.
nel sogno scalavo una montagna ed ero in compagnia di un gruppo di donne, le cui identità si graffiano ora avvicinandosi. era comunque un insieme solido che si muoveva simultaneamente, come una bestia, e sfuriava di capelli. il conglomerato di femmine a ricordarlo mi fa pensare si trattasse di un ingorgo famigliare, come un bozzolo di zie. salivo sulla superficie bianchissima aggrappandomici con le mani, mentre la gravità e il vento mi spingevano con forza verso il basso; non avevo una visione ampia poiché dovevo tenere la testa bassa e il corpo quasi del tutto disteso a terra per via delle correnti d'aria, quindi ne permane una lunga soggettiva soffocante. per contro l'azione era di rara bellezza e il ricordo sensoriale apocalittico.
tutto questo mi riporta a un sogno di molto tempo fa, quando mi trovavo in una situazione analoga dove però non era una montagna ma il cielo. salivo tra groppi di nuvole e la fatica era però di tutt'altra specie, non dovevo saldarmi alla terra per non sprofondare, quanto piuttosto nuotare, muovere le braccia e le gambe sollevandomi appena di un volo denso. e in vetta all'ultima nuvola, incontravo una mia qualche forma di paradiso. si trattò di una faticosa ma ridente elevazione.

nel sogno di questa notte la montagna veniva invece oltrepassata: in vetta trovavo la comoda via per la discesa.
infatti, da lì, pendevano lunghi scivoli posizionati in riga, e devo dire che l'evento era tutt'altro che intimo, era anzi addirittura acclamato: c'era gente da tutte le parti, sembrava una festa popolare, e si tifava per la mia volta.
così probabilmente scesi, o meglio ne son sicura.
ma il ricordo di riferimento non ce l'ho. l'atto veloce di scivolare verso il basso, il corpo supino, ebbene mi mancano.

è che poi finii in una spiaggia, e mi vien da pensare che forse ero così stanca di quella salita che mi addormentai scendendo, e forse sognai qualcos'altro, e quest'altro era quella spiaggia nella notte dove scoppiavano in cielo fuochi artificiali e non riuscivo a commuovermi. perché a quel punto non ero più capace di individuare bellezza in ciò che non avesse a che fare con la natura.


mi risveglio poi di rosso perché sanguino, e qualche ora dopo parlando al telefono con mia madre mi gratto la cartilagine dell'orecchio destro e perdo sangue di nuovo; la prima cosa a cui penso è il colore, e lo associo alla neve per contrasto.
col mio sangue, del resto, ho a che fare quasi solo ciclicamente.

infine il grigio arriva morbidissimo quando guardo fuori dalla finestra e vedo l'albero mio compagno tutto mogio perché ha un freddo cane.
d'un tratto arriva uno stormo di uccelli piccoli e neri che probabilmente dovrei conoscere, ma non è così ed è per via della mia frivola disattenzione, ad ogni modo questi si posano sopra i rami e tanto cantano che pare primavera.
e mi ha presa così quella pace iniziale, che mi voleva far poeta della mia primavera di cortile, ma non avevo uccelli da encomiare.
volevo dar loro un nome ma non ce l'avevo
così ho preso la retìna e ne ho ingabbiato unicamente il colore,
che poi era quello del cielo.