sabato 2 giugno 2018

Prego, puoi ricominciare a scrivere osservando per esempio le tue dita. Più probabilmente capiterà che non rimarrai con lo sguardo fisso sulle unghie, ma sposterai l’attenzione su blocchi più evidenti di colore esattamente alla stessa maniera di quando fosti un animale.
E’ già capitato che non considerassi il fatto che veicolare un tratto (che si trattasse di immagine o parola) con quella superficialità protetta che vieta l’ingresso al senso comune, o alle possibili comuni sensazioni degli umani, potesse ad un certo punto esaurirsi in un’astensione completa della pratica. Quando disegni funziona così: in primo luogo ti riavvicini a qualcosa che conosci, poi elimini la tua e tutte le altre persone dagli spalti, lasci volentieri il palco vuoto e ciò che arriva dopo si rivela essere autosufficiente. Ma non è allo stesso modo che funzionò con le parole, perché in un qualche momento accadde un fatto: quando ti accorgesti che il puma arlecchino che passò la vita dentro l’adorabile pallina di gomma sul tavolo disordinato della tua allungata adolescenza era morto, gli facesti il funerale. E da quel momento non c’è più stato il puma, scomparì la stanza, e anche le tue unghie si dissolsero lasciando spazio ad altre cose, e non a caso, ad altre case.