Abito come nella consuetudine in una modesta campagna appena fuori paese.
Qui, si annusano soprattutto i verginissimi odori del fieno e delle vacche, e il sole innalza lo sterco nell'ode sacra che le straducole cantano per mano coi contadini.
Cammino serena ma stanca, ho probabilmente bisogno di lavorare e busso alla porta di un decrepito casolare, dove lungo il cortile con vivace coerenza scorazzano polli e felini.
L'uomo con cui interloquisco assomiglia al mio padrone di casa, un uomo che ha di poco superato i quaranta ma che li porta a fatica, e come lui ha lineamenti tozzi e abbozzati.
Mio malgrado il signore ha per me un lavoro soltanto, ed è un lavoro rude e violento.
La mansione consiste nello sgozzare un numero indefinito di bestie, adoperando un lungo filo di ferro che sta appeso alle pareti e pende da una parte all'altra della stalla.
Sono vacche pavide e vive, e fanno quel chiasso che già ho conosciuto, uno stridente grido di pietà e di paura.
Per ragioni che ora non so, ma che erano plausibili e ferree nel sonno, non posso rinunciare al lavoro.
Eccomi seduta sopra il sellino, tengo con forza la testa dell'animale e l'avvicino tremando all'arma sottile, l'occhio vaccino è immobile rotondo, e implora allucinato.
Io stringo i denti e scoppio in un pianto, 'non ho la forza' penso tra me, e mi sveglio con un rarissimo grugno terrificato.
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