apro la porta per salire le scale, di sopra ascoltano un jazz veloce e sottile, che sa di francia di periferia
di fanali sonnambuli e grossi vasi colmi di serpi, poi taxi de nuit e rose sulla bocca
ed io aprendo la porta
ho scambiato ancora una volta un vagito di sax
per l'urlo costante e scostante del mio gatto affamato
ché queste sono le imposizioni sonore della mia casa
gatto e jazz
il primo è morboso, ossessivo, accusante
dal ventre risale acutissimo e perlopiù suona di denti, ha il tono del ghigno
il secondo è sempre lontano perché arriva dall'altra stanza
attenuato e sensuale come se qualcuno si amasse
e mi capita di pensare al giorno in cui me ne andrò da qui, che spazi saranno, che aria sarà,
senza più il jazz,
senza più il gatto
(ora i coinquilini sono spariti e così anche il jazz, e il povero gatto mi abbandonò un giorno di qualche mese fa. che muri sono chi ancora lo sa.)
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