oggi un sidro malinconico svegliandomi
ma sempre coccolato dalla mia costante contentezza.
quando mescolo insieme il mio matto amor per le cose e la nostalgia di nulla, ne esce uno stato sordissimo, e momenti come questo mi vien da dire che si trattino di pace.
eppure, nonostante la quiete, non mi suggerisco abbandono e sonno.
è come se ora d'un tratto avessi una responsabile retìna per le mani e con grinta attenta volessi andare a caccia, afferrare, impadronirmi, archiviare.
ho un'ossessione per l'archiviazione di quelle forme che hanno un certo potere.
ce ne sono molte e soprattutto molte fioriscono da questa cosiddetta pace.
ma archiviare è una comodità
permetto così alla bocca così di mangiare, agli occhi di restare aperti.
oggi ho ricevuto, in sequenza: un sogno bianco, un risveglio rosso, un pomeriggio grigio.
nel sogno scalavo una montagna ed ero in compagnia di un gruppo di donne, le cui identità si graffiano ora avvicinandosi. era comunque un insieme solido che si muoveva simultaneamente, come una bestia, e sfuriava di capelli. il conglomerato di femmine a ricordarlo mi fa pensare si trattasse di un ingorgo famigliare, come un bozzolo di zie. salivo sulla superficie bianchissima aggrappandomici con le mani, mentre la gravità e il vento mi spingevano con forza verso il basso; non avevo una visione ampia poiché dovevo tenere la testa bassa e il corpo quasi del tutto disteso a terra per via delle correnti d'aria, quindi ne permane una lunga soggettiva soffocante. per contro l'azione era di rara bellezza e il ricordo sensoriale apocalittico.
tutto questo mi riporta a un sogno di molto tempo fa, quando mi trovavo in una situazione analoga dove però non era una montagna ma il cielo. salivo tra groppi di nuvole e la fatica era però di tutt'altra specie, non dovevo saldarmi alla terra per non sprofondare, quanto piuttosto nuotare, muovere le braccia e le gambe sollevandomi appena di un volo denso. e in vetta all'ultima nuvola, incontravo una mia qualche forma di paradiso. si trattò di una faticosa ma ridente elevazione.
nel sogno di questa notte la montagna veniva invece oltrepassata: in vetta trovavo la comoda via per la discesa.
infatti, da lì, pendevano lunghi scivoli posizionati in riga, e devo dire che l'evento era tutt'altro che intimo, era anzi addirittura acclamato: c'era gente da tutte le parti, sembrava una festa popolare, e si tifava per la mia volta.
così probabilmente scesi, o meglio ne son sicura.
ma il ricordo di riferimento non ce l'ho. l'atto veloce di scivolare verso il basso, il corpo supino, ebbene mi mancano.
è che poi finii in una spiaggia, e mi vien da pensare che forse ero così stanca di quella salita che mi addormentai scendendo, e forse sognai qualcos'altro, e quest'altro era quella spiaggia nella notte dove scoppiavano in cielo fuochi artificiali e non riuscivo a commuovermi. perché a quel punto non ero più capace di individuare bellezza in ciò che non avesse a che fare con la natura.
mi risveglio poi di rosso perché sanguino, e qualche ora dopo parlando al telefono con mia madre mi gratto la cartilagine dell'orecchio destro e perdo sangue di nuovo; la prima cosa a cui penso è il colore, e lo associo alla neve per contrasto.
col mio sangue, del resto, ho a che fare quasi solo ciclicamente.
infine il grigio arriva morbidissimo quando guardo fuori dalla finestra e vedo l'albero mio compagno tutto mogio perché ha un freddo cane.
d'un tratto arriva uno stormo di uccelli piccoli e neri che probabilmente dovrei conoscere, ma non è così ed è per via della mia frivola disattenzione, ad ogni modo questi si posano sopra i rami e tanto cantano che pare primavera.
e mi ha presa così quella pace iniziale, che mi voleva far poeta della mia primavera di cortile, ma non avevo uccelli da encomiare.
volevo dar loro un nome ma non ce l'avevo
così ho preso la retìna e ne ho ingabbiato unicamente il colore,
che poi era quello del cielo.
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Che bello questo blog.
RispondiEliminaE' un peccato che lo aggiorni così poco. :)
grazie.. :)
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